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martedì 11 settembre 2012

Waiter

Ho ricevuto questa storia da Benedetto Lorini, che spesso se ne sta in giro per lavoro e che ha uno sguardo sempre attento a quello che succede intorno. La pubblico perché mi piace, e perché racconta tanto del mestiere di cameriere, ma anche del mestiere di avventore casuale in un ristorante isolato in collina.


Ganci da macellaio a Poggioreale, sono lì dal terremoto del Belìce
C’è questo ristorante, sui colli pavesi. È circa a metà strada tra il Piemonte e casa mia: tornando tardi dalle trasferte mi ci sono fermato spesso a mangiare.
Non so nemmeno come ci sono capitato, perché dall’autostrada ci vuole un po’ per arrivarci: si arriva al paese, si esce, si deve salire un po’ e poi è lì sulla destra.
Il parcheggio è enorme, il salone pure. Sembra attrezzato per ospitare grandi eventi, matrimoni importanti.
Ma io non ci ho mai trovato dentro nessuno, di solito sono l’unico avventore o quasi: altre 2, 4, massimo 6 persone.
Il personale visibile è composto da due uomini, altri saranno in cucina ma non escono mai.
Uno dei due è un vecchietto antico, che nonostante la desolazione della sala semivuota si occupa solo della cassa. Sta lì, nel suo banchetto dietro al registratore, come se ci si fosse incastrato. Fischietta tra i denti che non ha, ti saluta quando entri e poi aspetta che tu vada a pagare. Magari nel frattempo è passata un’ora senza che facesse niente. Credo che sia il padrone.
L’altro è il cameriere. Ha tra i 50 e i 60 e si comporta come se servisse in un grande ristorante di Parigi.
Mi accoglie e mi porta al tavolo, scegliendolo con cura tra i molteplici tavoli disponibili, sicuramente nemmeno prenotati.
Poi viene il bello: cosa vogliamo fare stasera? mi chiede con l’aria di quello che poi, dopo avere scelto, si siederà con me a mangiare chiacchierando.
Poi mi snocciola una sequela pressoché infinita di alternative, numerosissime, diversissime e tutte in genere invitanti.
La prima volta che sono venuto qui mi sono chiesto come potesse un posto così isolato, ma soprattutto così poco frequentato, avere così tanta offerta e mi sono preoccupato per la freschezza degli ingredienti. Poi però, pur scegliendo a caso, ho mangiato e digerito bene, quindi ci sono tornato.
Allora mi sono convinto che in realtà buona parte di quei piatti non erano disponibili, e che il cameriere me li diceva in un ordine specifico, studiato per farmi scegliere quello che voleva lui pur rimanendo convinto di aver deciso liberamente. Una volta ho ordinato non in base al mio gusto, ma cercando di prendere l’alternativa che lui aveva nominato con meno enfasi: onestamente non so se il mio obiettivo fosse fargli dire che in realtà non ce l’aveva, oppure mangiare qualcosa di surgelato, o mezzo marcio. Tanto non ci sono riuscito, il piatto c’era ed era buono.
Ho provato anche a chiedere io, a sorpresa, qualcosa, per cercare di beccarlo impreparato: un sorbetto al limone, gli ho chiesto una sera prima di andare via, ce l’ha? Me l’ha portato in un piatto da minestra, da mangiare con il cucchiaio. A dirla così sembra che faccia schifo, invece era gradevolissimo.
Ma in tutte queste visite c’è stato un momento, in cui lui aveva preso l’ordinazione, l’aveva trasmessa in cucina ed era di nuovo lì, in sala. Eravamo solo io e lui, se escludiamo il vecchietto che fischietta e si fa i cazzi suoi e pochi sparuti altri avventori, spesso (almeno loro) in coppia e impegnati a discutere. Solo io e lui. Io che ancora confondo la qualità del lavoro con il numero di ore in cui si lavora, e parto sempre troppo tardi dimenticandomi che ho anche la strada da fare, io che è meglio se faccio una pausa e mangio qualcosa, perché mangiare in autogrill è deprimente, ma anche mangiare da soli in un enorme ristorante vuoto ti fa venire certe domande. E lui, un uomo fuori dal tempo, sicuro di sé, petto in fuori e sorriso stampato. Chissà se è un dipendente, chissà se si preoccupa per il suo posto di lavoro visto che il locale è sempre vuoto. Chissà se ha una moglie a casa, che cosa fa lui durante il giorno, chissà cosa fa lei finché lui sta qui a darmi da mangiare quello che vuole lui facendomi credere di averlo scelto io. Forse preferirei che almeno una sera lui stesse a casa con lei, a chiederle che cosa vogliono mangiare e poi però si sedesse davvero al suo fianco a riposarsi, anche lui.
C’è questo momento, dicevo, in cui siamo solo io e lui. Io di solito mi sono portato un libro, ma non l’ho ancora aperto e lo guardo.
Allora lui vede che lo guardo, e il vuoto della sala insieme al silenzio e alle nostre rispettive solitudini sono davvero un po’ troppo ingombranti. È a quel punto che dice qualche banalità, sul tempo, sul traffico, sulla crisi economica. Ma sono sempre grandi performance, ovvietà assolute dette in modo che tu creda che lui ci crede, ma stando attento che non possano urtare la sensibilità personale, politica, religiosa, ideologica, regionale, di nessuno.
Chissà da quanti anni ci sta lavorando su.


Benedetto Lorini


1 commento:

  1. Meraviglioso! Mi riprometto di tornarci su e commentare come si conviene.

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